Terrorismo, paura, integrazione

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Temi scottanti, reazioni a caldo, molta paura. E soprattutto chi specula sulla paura. Si è sentito molto, a partire dalle scuole, a partire dai giorni immediatamente successivi al terribile attentato di Parigi. Forme di che psicosi non fanno altro che peggiorare la situazione, voci di bombe o allarmi bomba, hanno fatto in pochi giorni aumentare l’allarmismo generale esponenzialmente. Gli studenti non potevano non rimanere colpiti dall’accaduto. Paura, questo si respira nelle scuole, una situazione di incertezza diffusa, “E adesso? Che succederà?” sembra la domanda che aleggia nell’aria, ma che nessuno ha il coraggio di esplicitare. Colpiti dallo shock momentaneo, incrementato dalle più disparate forze politiche, dalle reazioni dei media e dei capi di stato internazionali. Colpiti dal vedere la guerra arrivare così vicina a loro, molti stanno però cercando di attivarsi. La risposta degli studenti in questo caso è stata chiara: “la paura c’è, ma non può fermarci”. Iniziative di solidarietà, assemblee, momenti di discussione, la risposta degli studenti è stata il dibattito. Al terrore l’apertura. In una scuola di Varese, alcuni ragazzi e ragazze, alcuni dei quali di origine straniera, hanno osservato il minuto di silenzio nella loro scuola fuori dalle classi, per estendere la commemorazione a tutte le vittime del terrorismo dell’ISIS.

Dopo pochi giorni dall’attentato, com’era prevedibile, il dibattito pubblico si è focalizzato su due punti fondamentali: la guerra e le frontiere. Due temi estremamente caldi, costantemente, già entrati all’interno del dibattito pubblico più volte quest anno. Accesi dagli stessi conflitti mediorientali, dai flussi migratori estivi ed alimentati dall’avanzata dell’estrema destra in tutto il vecchio continente. E molti ne hanno parlato e lo hanno ripetuto negli ultimi giorni: “Chiudere le frontiere, controllare, schedare, espellere. Poi bombardare!”. Dalla Lega Nord in Italia al Front National in Francia, ma non solo. “Cosa fare?”. Questa è la domanda che tutti in un modo o nell’altro stanno cercando di porsi. Quindi Hollande che bombarda, chiude le frontiere, Putin che lo segue, capi di stato che esprimono solidarietà, la stessa Unione Europea che vota all’unanimità il supporto alla Francia nella crociata contro l’ISIS.

Ma questa può essere la risposta?

No. Chiudere le frontiere non cambierà nulla, le bombe non ci salveranno dai terroristi, l’odio non può respingere l’odio. Perché è più che mai pericoloso il clima di tensione pubblica che si è creato attualmente in Europa? La risposta è molto facile: nessuno dei terroristi di Parigi è nato al di fuori dei confini francesi. Tutti gli attentatori sono nati e cresciuti in Francia, alcuni mai usciti da Parigi, altri francesi da svariate generazioni. E’ fondamentale tenerlo sempre a mente, perché la strategia dei fondamentalisti di Daesh (nome più corretto per definire l’ISIS) è esattamente quella che in questo momento l’Europa sta assecondando. Poche ore dopo la strage di Parigi, la propaganda dello stato islamico aveva diffuso un primo video rivendicativo dell’attentato. Pochi minuti, due miliziani che parlano, in francese, davanti alla telecamera. Un video molto significativo, diviso sostanzialmente in due parti: una prima, di rivendicazione dell’attentato, minacce verso l’occidente, puro terrorismo. Ma forse la seconda è la più importante: da metà in poi circa, infatti, i miliziani smettono di rivolgersi al popolo occidentale e cambiano interlocutore, parlando direttamente ai musulmani presenti in europa. “Gli occidentali vi discriminano, siete emarginati dalla società, subite povertà e crisi”. Intenzioni evidenti, far leva sulla stessa tensione sociale diffusa e sull’odio culturale per far unire nuovi combattenti alla causa jihadista, direttamente “dietro alle trincee del nemico”. Questo è il tema. Il califfato non è interessato a far entrare “nuovi combattenti” nel cuore dell’europa dall’esterno, ma a far leva sull’odio e sulla paura, arrivando a ragazzi giovani magari, i più colpiti dalla crisi, già sul territorio affinché si attivino in loro favore. E se la risposta è odio, discriminazione, violenza, aumento di controlli e sempre crescente tensione nei confronti del mondo musulmano è evidente che nulla potrà produrre se non aumentare gli spazi di lavoro dei terroristi.

Quando chiudiamo le frontiere respingiamo chi sta scappando esattamente dalle stesse violenze che abbiamo visto a Parigi, vissute ogni giorno, li condanniamo. Ogni bomba che l’europa sgancia, ogni frontiera chiusa, ogni famiglia sfrattata, ogni umiliazione,ogni insulto, ogni occhiataccia. Piccoli passi che aumentano la tensione, piccoli passi che aumentano il conflitto, ci stanno portando verso il baratro. Ci stanno portando dove il terrore vuole portarci. E più che mai oggi è importante ricordarci che l’Italia, nemmeno tanti anni fa, ha vissuto il terrorismo, ha vissuto la strategia della tensione, sulla propria pelle, e gli anni di piombo dovrebbero averci insegnato che rispondendo alla tensione con la tensione i vincitori sono i terroristi.

 

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