La lotta per una scuola femminista

Vogliamo un educazione sessuale della madonna!

Nelle scuole e nelle università vige un radicato tabù che ha oscurato la sessualità, relegandola alla sfera privata.

Questo, da un lato, ha ostacolato un approccio libero all’argomento da parte della didattica, pur trattandosi di una tematica trasversale che spazia dalla medicina alla letteratura; dall’altro, ha impedito che scuole e università garantissero agli studenti un confronto libero e consapevole, mancando del tutto nel proprio ruolo sociale: vogliamo una scuola che decostruisca, attraverso la conoscenza, gli stereotipi che alimentano la violenza di genere e omotransfobica.

Anche a livello di politiche sociali è evidente la forte disattenzione verso la sfera sessuale: obiezione di coscienza, definanziamento dei centri antiviolenza, assenza di educazione sessuale non eteronormata nelle scuole, tassazione come bene di lusso degli assorbenti, difficoltà d’accesso economico alla contraccezione.

I rari casi in cui l’educazione sessuale viene effettuata spesso vi è una trasmissione nozionistica limitata alle malattie sessualmente trasmissibili (MST) e alcuni strumenti anticoncezionali. Noi riteniamo che oltre a tutto ciò sia necessario affrontare la sessualità anche in termini relazionali. Per questo pensiamo che l’educazione sessuale da effettuare all’interno delle scuole debba necessariamente essere anche educazione al piacere. Infatti abbattere il tabù sul piacere sessuale nei luoghi della formazione permette alla Conoscenza di esplorarlo e discuterne, restituendo alla società una cultura collettiva libera da stereotipi e violenza di genere!

Se infatti come capisaldi della sessualità vi è il consenso e il piacere, nessuna pratica sessuale potrà più essere giudicata negativamente sei i partner sono consapevoli e consenzienti.

Per questo ciò che vogliamo è:

  • Una legge nazionale per un’educazione Sessuale e all’Affettività non eteronormata e incentrata sul piacere e l’autodeterminazione (lasciando fuori dalle scuole cattobigotti!);
  • un albo comunale di associazioni laiche e qualificate a svolgere educazione alla sessualità nelle scuole;
  • liberare le nostre aule, la didattica e i saperi dal tabù del sesso;
  • sportelli nelle scuole con funzione di primo approccio e re indirizzamento a consultori e centri antiviolenza;
  • distribuzione gratuita di contraccettivi e assorbenti per studentesse e studenti a carico della regione;
  • un osservatorio cittadino antiviolenza e antidiscriminazione per studentesse e studenti;
  • l’accesso alle carriere alias per student* transgender;

Di fatto l’Italia è uno dei sette Paesi europei nei quali l’educazione sessuale non fa parte dei programmi scolastici. Ci fanno compagnia Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Spagna e Romania. In tutto il resto del continente europeo, spesso a partire dalla scuola dell’infanzia, bambini e ragazzi “studiano” il tema esattamente come si fa con le altre materie di insegnamento.

La Svezia ha reso obbligatori l’educazione sessuale a scuola nel 1955, la Gran Bretagna nel 2017.

Da noi, ogni progetto in questa direzione, a partire dalla prima proposta di legge nel 1975 fino all’ultima nel 2015, è rimasto sigillato nei vari cassetti del dimenticatoio della politica.

In Italia infatti l’educazione sessuale nelle scuole italiane è relegata a moduli previsti dalla legge sull’educazione alla salute del 1990, che fa rientrare questo modulo insieme a quello per l’alcolismo e il gioco d’azzardo.

Eppure l’Agenzia di salute sessuale e riproduttiva delle Nazioni Unite riconosce l’educazione sessuale nel novero dei diritti umani e ha stilato delle linee guida per le scuole da rispettare, che includono – oltre alle nozioni di anatomia e fisiologia – anche educazione all’affettività, alle relazioni e alle differenze di genere.

In buona parte dell’Europa si segue invece quella che è chiamata “educazione sessuale onnicomprensiva”, prevista dalle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, (OMS).

Il 21 novembre 2018 quando al Miur siedeva Marco Bussetti ha chiarito che le attività scolastiche extracurriculari, soprattutto se riguardano tematiche sensibili dal punto di vista etico o religioso, devono essere preventivamente autorizzate dai genitori.

In quasi tutti gli altri Paesi europei l’educazione sessuale, in quanto materia curriculare, è obbligatoria e non viene data possibilità di scelta alle famiglie. In quegli stessi Paesi, esistono linee guida dettagliate alle quali gli insegnanti, formati appositamente, devono attenersi.

In Italia, invece, in mancanza di una legge o di un quadro chiaro di riferimento, ogni scuola si regola come crede. Fondamentalmente quello che succede è che ognuno può fare quello che vuole e in moltissimi casi significa non fare niente.

In altri casi, significa trovarsi a scegliere tra numerose offerte di corsi più o meni espliciti, più o meno completi.

E proprio questo è uno dei nodi cruciali.

Respingiamo l’idea che l’educazione sessuale a scuola debba limitarsi a fornire informazioni tecniche ai ragazz* su come avviene un rapporto sessuale, come si trasmettono le malattie, come evitare gravidanze indesiderate.

Come student* avvertiamo la necessità di un’educazione sessuale che sia anche e soprattutto un’educazione al piacere.

Ad oggi, l’educazione sessuale per come strutturata e analizzata rischia di ridurre la percezione delle relazioni a qualcosa di meccanico, che si basa su una cultura machista ed eteronormata, dove vige l’immagine di una maschilità egemone, che instaura un rapporto di potere in cui la donna è subalterna .

Ciò è testimoniato dal fatto che il primo approccio al sesso avviene tramite i siti pornografici.  Il 95% di adolescenti guarda siti porno alle medie, il 70% dei quattordicenni è già entrato in contatto con materiale pornografico online, spesso senza avere alcuna conoscenza in materia di sessualità. La pornografia di per sé non è da condannare, anzi può essere pure considerata come una opera artistica, il problema è che spesso trasmette un idea di sessualità machista e performativa; dove è la prestazione che viene messa al centro e rischia di far percepire inadeguati coloro che si trovano al primo approccio con la sessualità.

Secondo un’indagine dell’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, il 19% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei 14 anni, anche se il 73% non conosce le principali malattie a trasmissione sessuale.

Un’indagine di Skuola.net in collaborazione con la Società italiana di contraccezione ha rivelato nel 2016 che un ragazzo su 10 non ha mai usato alcuna protezione e il 42% ha avuto almeno una volta un rapporto non protetto.

Questi dati sono la testimonianza di come in Italia l’educazione sessuale e di genere venga sottovalutata e sia fortemente influenzata da associazioni cattobigotte che molto spesso sono le uniche a cui viene concesso di farla.

Nonostante siamo un paese laico l’educazione sessuale, che sia anche educazione all’affettività, viene giudicata come incentivo alla riproduzione e accoppiamento inconsapevole da numerose persone, tra cui politici come Salvini e Pillon, che non si lasciano sfuggire nessuna occasione per ribadire la loro ignoranza.

Inconsapevoli del fatto che la sessualità è con noi da quando nasciamo quindi ci saranno aspetti legati all’educazione emotiva, sessuale e sentimentale, che andranno a competere per l’autorealizzazione del proprio sé, permettendo a ogni soggetto di autodeterminarsi, svincolato da stereotipi sessisti e binari.

Nel 2010 l’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) ha pubblicato gli Standard per l’educazione sessuale in Europa. Elaborati da un gruppo di 19 esperti provenienti da nove nazioni diverse, gli standard “indicano ciò che bambin* e ragazz*, nelle diverse età a partire dalla nascita, dovrebbero sapere e comprendere per poter crescere in modo gratificante, positivo e sano per quanto attiene la sessualità”.

Il documento voleva sostenere la causa dell’educazione sessuale e aiutare a definire i programmi curricolari nei differenti gradi dell’istruzione. Sono 69 pagine nelle quali l’Oms sostiene l’opportunità di un’educazione sessuale olistica, che veda la sessualità definita in termini più ampi, e renederla partecipativa, continuativa, contestualizzata e dunque adattata alle specifiche caratteristiche di ciascun Paese.

In Italia la scuola e gli insegnanti rinunciano al loro ruolo di educatori, lasciando i ragazzi completamente soli.

Ribadiamo che la scuola non è un territorio neutro rispetto alla sessualità. Non può essere una zona sterilizzata dagli adulti quando è molto vissuta e agitata da parte degli student*. Bisogna renderla un luogo formativo ed educativo non un luogo indifferente o addirittura censurante.

Purtroppo è così,  la scuola non fa altro che perpetuare i tabù sulla sessualità. Non solo quando si tratta di educazione sessuale, ma anche quando si tratta di educazione di genere, a partire dalla teoria del gender, che nega una sola visione binaria del genere, sostenendo che non ci sono maschi e femmine ma semplicemente persone, libere di assegnarsi autonomamente il genere che intimamente percepiscono al di là del loro sesso biologico o socialmente costruito.

Da una mancata socializzazione a questa tematica nascono e si diffondono violenza e stereotipi di genere ed una mancata consapevolezza del perché debbano essere decostruiti, del rispetto verso differenti scelte e orientamenti affettivi e sessuali.

In ciò la scuola è colpevole per non assumersi il compito di educare alla diversità e alla libertà di essere e decidere dei nostri corpi.

Vogliamo che la scuola diventi uno spazio sicuro e privo di stereotipi sessisti e binari, che garantisca l’accesso alle carriere alias per student* trans gender.

Vogliamo assorbenti e contraccezione gratuita, perché le disuguaglianze economiche non devono influire, e non basta che sugli assorbenti biodegradabili si diminuisca l’iva dal 22% al 5%. Perché questo non è altro che un falso passo in avanti per le politiche sociali, anzi si basa su una politica di green-pink washing.

Vogliamo che all’interno delle scuole siano presenti sportelli antiviolenza per permettere a tutte e tutti di denunciare casi di violenza, e che questi indirizzino studentesse e studenti nei consultori e nei centri cittadini.

Quest’ultimi devono garantire a pieno il diritto all’aborto, per far si che si assuma un atteggiamento in netta contrapposizione con il ddl pillon, disegno di legge misogino e violento sulle vite delle donne.

Vogliamo che la scuola cessi di veicolare la violenza di genere, in ogni sua forma. Perché violenza di genere non sono solo commenti sessisti e omotransfobici, ma anche una didattica in cui le materie vengono narrate dal solo punto di vista maschile.

Vogliamo una scuola diversa, libera e consapevole e soprattutto transfemminista.