SCUOLE: APERTE, CHIUSE, SOCCHIUSE. SICURE QUANDO?

Ci voleva una pandemia per capirlo: le criticità strutturali della scuola devono guidare il dibattito sui contagi scolastici. Consci del fatto che sì, non esiste il rischio zero, e sì, bisogna fare di tutto per avvicinarci il più possibile allo zero.

IL DIBATTITO

Da mesi il dibattito pubblico sui contagi tra giovani e tra studenti, soprattutto in relazione alle scuole, è un ring di boxe tra scuole aperte VS scuole chiuse, il tutto condito da titoli giornalistici sensazionalistici che non spiegano la complessità del problema. In questo caos, pure il dibattito accademico sulla questione è a dir poco fumoso: esperti, epidemiologi, analisti e presunti tali sgomitano per dire ognuno la sua. Da un lato il fatto che la comunità scientifica si interroghi sulla questione è solo un bene, perché significa dare in mano alla politica e alla cittadinanza la migliore conoscenza disponibile, grazie alla scienza (che ricordiamo, non è mai neutra). Dall’altro, però, non possiamo ignorare quanto il dibattito pubblico sia stato a più riprese guidato da tifoserie contrapposte, più che da un confronto costruttivo tra parti, e che più volte abbiamo assistito a scelte surreali da parte della politica anche a causa di studi “scientifici”, a cui è stato dato – a seconda della convenienza – spropositato spazio sui media, basati su dati parziali o sull’ignoranza della natura evolutiva/trasformativa della pandemia che muta nel tempo per varianti, incidenza, ecc. 

RICAPITOLANDO

Prima di addentrarsi nel vivo della questione, è importante avere chiaro il quadro d’insieme in cui ci troviamo a ragionare, ripercorrendo le tappe più importanti che chi vive la scuola ha subito dall’inizio della pandemia ad oggi.

  • 24 Febbraio 2020: con un DPCM d’emergenza inizia la sospensione delle lezioni in presenza in tutta la Lombardia. Mentre Confindustria fa di tutto per tenere attiva la produzione (anche inutile) mettendo a rischio la salute della cittadinanza, le scuole – avendo alle spalle anni di definanziamenti – si arrangiano con la “DAD” senza tutele né indicazioni chiare. Nei mesi successivi il sindacato studentesco svolgerà un ruolo fondamentale per la conquista (e la difesa) dei diritti degli studenti e delle studentesse, ottenendo avanzamenti importanti come il maxi-finanziamento sul diritto allo studio che garantiva device e connettività gratuita agli studenti che ne facevano richiesta. In più, l’anno scolastico si chiude senza bocciature e con l’ammissione all’Esame di Stato garantita a tutti e tutte. L’attenzione mediatica punta i riflettori sul rientro a scuola di settembre.
  • 14 settembre 2020: per il rientro viene stipulato protocollo d’intesa nazionale che prende misure importanti ma marginali rispetto a quello che si meriterebbe la scuola. Inizia la stagione di mobilitazione da parte di studenti e genitori, riuniti nel movimento di “Priorità alla Scuola”, che già da mesi chiede una scuola in presenza e in sicurezza. In risposta, il governo dispone frettolosamente chiusure e riaperture senza un piano di investimenti chiaro. 
  • dicembre 2020: Regione Lombardia, nel bel mezzo di una crisi sociale, economica, pedagogica, decide di tagliare (rispetto all’anno precedente) 3,5 milioni di euro sui fondi del diritto allo studio, destinandone la maggior parte (61%) alle scuole private paritarie, non impattando minimamente sulle disuguaglianze che le famiglie e gli studenti delle scuole pubbliche subiscono (il nostro commento)
  • gennaio 2021: il rientro in presenza viene affidato ai prefetti a livello locale, che provano per la prima volta a redigere dei piani operativi che coinvolgono le istituzioni e le aziende sanitarie e dei trasporti a più livelli. Il governo, in uno strano scarica-barile, sembra non volersi più assumere responsabilità sulla scuola. In tutta risposta gli studenti si organizzano per proteste simboliche, come la DAD di gruppo fuori dalle scuole o dai palazzi istituzionali, arrivando anche direttamente ad occupare alcuni istituti scolastici: a Milano dal Manzoni all’Einstein parte la staffetta delle occupazioni. Alla fine non ci stanno su due mani: 11 scuole occupate. Risposte? De Corato di Regione Lombardia che stigmatizza gli occupanti e Beppe Sala, sindaco di Milano, che promette il nulla.
  • Dopo queste nostre mobilitazioni, timidamente, Regione Lombardia ha iniziato a introdurre alcune novità che per noi erano dal principio il minimo sindacale (e che quindi non bastano). Innanzitutto sono stati introdotti i tamponi gratis per gli studenti e le studentesse che ne avessero bisogno nei “punti tampone” di ATS o in farmacia, poi sono iniziate le vaccinazioni sul personale scolastico (poi fermate a metà) e infine sono stati annunciati i test salivari fai-da-te da maggio.
  • A metà aprile, infine, Regione si accorge di aver definanziato il diritto allo studio, ma rimedia nel modo sbagliato… Annuncia infatti +1,8 milioni di euro per finanziare il diritto allo studio SOLO delle scuole private paritarie con retta (la notiziail nostro commento). Ovvero, le più privilegiate. La scuola della disuguaglianza continua imperterrita a farsi finanziare dalle istituzioni pubbliche.

I CONTAGI NELLE SCUOLE 

Gli studi

È ormai evidente la confusione che aleggia intorno alla sicurezza delle scuole. Le scuole sono sicure? Sono luogo di contagio? La comunità scientifica non è unanime.

Già il 30 dicembre 2020, l’ISS nel rapporto “Apertura delle scuole e andamento dei casi confermati di SARS-CoV-2: la situazione in Italia (https://drive.google.com/file/d/1kkPPeUj5pu567YVRBP6taGhvi6RR65gY/view?usp=sharing)  concludeva che le scuole “sembrano essere ambienti relativamente sicuri”: le scuole non sono sicure di per sé, ma bisogna lottare perché quel “relativamente” si trasformi in “assolutamente”.

Nel dibattito SI DAD vs NO DAD, chi ci ha perso è stata proprio la popolazione scolastica esposta a un dibattito sterile e non compartecipe delle decisioni politiche basate su un attento studio dei dati. Da un lato gli interessi padronali/imprenditoriali di sigle come l’ “Unione Sindacale Imprenditori e Coltivatori” che a inizio gennaio ha denunciato la contagiosità delle scuole in un rapporto alquanto ideologico (https://unsic.it/news/lo-scuolavirus/) a favore – acriticamente – della DAD per garantire profitti e produzioni in attivo, dando però anche voce alla concreta preoccupazione di famiglie e studenti per i contagi (tanto che la petizione online ricevette più di 200.000 firme http://chng.it/6K4sKRLyf5). Dall’altra parte si è attivata anche una forte narrazione contro la DAD che però non ha ragionato abbastanza sugli investimenti necessari per tutelare il più possibile la salute di chi vive la scuola e della cittadinanza. Primo esempio su tutti lo studio dell’epidemiologa Sara Gandini (dottorato di ricerca in Epidemiologia all’Università di Birmingham, professoressa di statistica medica dell’Università Statale di Milano) che a Marzo ha fatto discutere molto (https://www.ilpost.it/2021/03/29/studio-aprire-scuole/).

Lo scopo era l’apertura immediata delle scuole, in quanto la scuola sarebbe “uno dei luoghi più sicuri”, in cui “i benefici superano i rischi”. La sua analisi, però, secondo diversi esperti è manchevole sotto molti aspetti, in primis il fatto di ignorare tutte le varianti e i diversi effetti che esse provocano. 

  • Gandini non approfondisce la variante inglese, sostenendo che i ragazzi e le ragazze in età scolare abbiano un rischio ridotto di essere soggetti al contagio. Nel dibattito online “La scuola è sola. Sicurezza e covid” organizzato da Riconquistiamo tutto! (opposizione CGIL), anche Alessandro Ferretti (ricercatore Dipartimento Fisica Unito) riprende questa considerazione ed esprime varie perplessità rispetto allo studio. 
  • Ad ogni modo, secondo Roberto De Vogli, professore associato dell’Università di Padova e collaboratore presso riviste prestigiose come Science, Nature e Lancet, lo studio di Gandini non può considerarsi molto affidabile: oltre a non aver citato nessuna rivista scientifica di rilievo, è la stessa Gandini che confuta la sua tesi con le sue stesse parole, dichiarando che i contagi fra gli insegnanti e i non docenti sono stati circa il doppio. Ciò dimostra che il virus potrebbe girare tanto negli ambienti chiusi in generale quanto nelle scuole. 
  • Inoltre Andrea Casadio, ex docente universitario e ricercatore di neuroscienze alla Columbia University di New York, ritiene lo studio di Gandini inattendibile in quanto la ricerca esamina i dati fino a novembre 2020 (https://www.editorialedomani.it/fatti/il-rischio-contagio-nelle-scuole-rimane-ecco-tutte-le-falle-nello-studio-di-sara-gandini-kyygeerx). Gli autori scrivono anche di aver preso in esame 753 scuole medie, in ognuna delle quali sono stati fatti in media 17 tamponi. Ma, ammettono loro stessi, ci sono scuole dove hanno fatto zero tamponi e altre dove ne hanno fatti 87…

Da fine 2020/inizio 2021, alcune istituzioni hanno iniziato a diffondere diversi dati sui contagi scolastici divisi per fasce d’età. E’ il caso, ad esempio, dell’ATS Milano (i cui dati avevamo già provato ad analizzarli all’inizio di Marzo https://studentimilano.org/2021/03/04/contagi-a-milano-il-problema-sono-le-scuole/): dopo il rientro a scuola del 25 gennaio 2021, la prima fascia d’età che ha visto alzarsi i dati dell’incidenza specifica è quella dei 15-19 anni, ovvero di chi frequenta le superiori. E’ lei a risultare quindi tra le più incidenti sui contagi (>250) per più settimane (5) rispetto a tutte le altre fasce d’età, trainando dietro di sè anche la fascia 50-59 anni “dei genitori” (in piena coerenza con la tesi secondo cui i contagi domestici siano i principali) e la 20-29 dei coetanei poco più grandi o di fratelli e sorelle. Innanzitutto si può osservare che questo “primato” viene mantenuto anche quando le scuole sono chiuse. In secondo luogo, per avere un quadro più chiaro della situazione, bisogna constatare che è ormai indispensabile sapere quanto venga testata (o meno) una fascia d’età rispetto alle altre. Senza avere anche questi dati, non sapendo quindi se una fascia sia super-testata o sotto-testata, non si può concludere nulla. Se venissero fatti meno tamponi per alcune fasce d’età? Per questo – ad esempio – i ragazzi delle medie si infettano meno con l’apertura delle scuole?

Grafico su elaborazione della “Associazione Italiana Epidemiologia”: la fascia 14-18 tra metà febbraio e metà aprile è stata la più incidente nei contagi rispetto alle fasce d’età minori.

Insomma, la situazione è tutt’altro che chiara: epidemiologi e analisti, italiani e non, continuano non solo a non riuscire a dare chiarezza sull’argomento, ma non hanno sempre a disposizione tutti i dati necessari. Chi ci rimette?

Il problema dei dati

  • La prima e forse unica occasione in cui il Ministero ha fornito dati sui contagi rispetto alle scuole (e non vaghe percentuali generali) è stato a causa della richiesta Foia (accesso civico generalizzato) portata avanti da Wired (https://www.wired.it/attualita/scuola/2020/11/30/scuola-coronavirus-contagi-italia/). Sono comunque, per assurdo, dati parziali – tanto che lo stesso autore dell’inchiesta ha evidenziato come mancassero diversi elementi (in quest’intervista video spiega meglio la questione https://youtu.be/wsc3wbMTMvA) tanto da non avere un quadro limpido della situazione.
  • Sulla mancanza dei dati si è espresso persino il presidente dell’ISS, Silvio Brusaferro, che ad una domanda della conferenza stampa dello scorso 2 aprile, rispetto a quali evidenze scientifiche il governo avesse deciso la parziale riapertura delle scuole in zona rossa, ha spiegato: «Ci sono moltissime pubblicazioni (…) e ci sono ovviamente molte raccomandazioni, anche dall’OMS (…). Il dato reale è che dati precisi sulla scuola in sé non ci sono».
  • Sui contagi nelle scuole, il 9 dicembre 2020 la dott.ssa Augusta Celada, dirigente dell’USR Lombardia, ha sottolineato in Commissione Cultura alla Camera dei Deputati (https://webtv.camera.it/evento/17241) come al momento ci siano “evidenti discrepanze tra le rilevazioni della Direzione Welfare di Regione Lombardia e quelle del monitoraggio effettuato dall’Ufficio Scolastico Regionale in collaborazione con i Dirigenti Scolastici”. 
  • Sempre a Dicembre lo stesso microbiologo Andrea Crisanti sosteneva che i dati su quanto le scuole contribuiscano alla trasmissione non fossero “stati resi pubblici” e che non fossero stati “analizzati dalla comunità scientifica” (https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/coronavirus-crisanti-mai-resi-pubblici-dati-su-quanto-le-scuole-contribuiscano-alla-trasmissione/373472/374086?ref=RHTP-BS-I270682269-P2-S4-T1)
  • A inizio Dicembre, poi, è scoppiato il caso: la consigliera regionale Francesca Frediani (M5S) riesce ad ottenere i dati sui contagi scolastici della Regione Piemonte. Dopo settimane di insistenza, per la prima volta da inizio pandemia, la cittadinanza ha a disposizione i dati specifici e analizzabili. Su questi ultimi il ricercatore e fisico dell’Università di Torino Alessandro Ferretti pubblica uno studio che titola “Cade il velo sui contagi nelle scuole piemontesi: il personale da due a quattro volte più esposto della media, la situazione nella scuola dell’infanzia è drammatica. Solo le superiori si salvano grazie alla DAD” (https://alessandroferrettiblog.wordpress.com/2020/12/07/cade-il-velo-sui-contagi-nelle-scuole-piemontesi-il-personale-da-due-a-quattro-volte-piu-esposto-della-media-la-situazione-nelle-materne-e-drammatica-solo-le-superiori-si-salvano-grazie-alla-dad/).
    Perché qui in Lombardia i dati sono secretati? Perché non si fa seria informazione in tutto il Paese sui dati specifici per ogni territorio, divisi per fascia d’età? 
  • In quanto associazione nazionale abbiamo firmato una campagna, con più di 50’000 firmatari e 201 organizzazioni promotrici, chiamata “Dati Bene Comune” (www.datibenecomune.it). Perché mentre viviamo una grave crisi, come studenti e studentesse siamo pronti a supportare le scelte dei decisori politici, purché esse siano supportate da un’attenta analisi dei dati reali. Vogliamo risposte mirate, perché non ci accontentiamo del lockdown totale delle scuole quando dovrebbero essere le ultime a chiudere, né ci accontentiamo di tornare in presenza senza sicurezza. Per questo chiediamo che anche i dati sui contagi scolastici siano pubblici, disaggregati, continuamente aggiornati, ben documentati e facilmente accessibili a ricercatori, decisori, media e cittadini. Non possiamo più permetterci le chiusure e le aperture indiscriminate. Vogliamo che ci sia trasparenza da parte di tutte le istituzioni, da tutte le ATS fino a Regione Lombardia, l’USR, il MI e il governo. Non dati qualsiasi: devono essere interoperabili (machine readable) e disaggregati. Altrimenti le decisioni politiche sembrano (lo sono?) affidate al caso o alla direzione in cui il consenso politico soffia nella contingenza.

CONCLUSIONE – CONCILIARE SALUTE E ISTRUZIONE

Dal 26 Aprile il governo ha imposto una quota minima di studenti in ogni classe senza preoccuparsi, dopo un anno di pandemia, di ascoltare le richieste di studenti e studentesse, non garantendo il diritto allo studio, non avendo coscienza della realtà sociale del paese. Addirittura nel dibattito del rientro a scuola a gennaio, una delle tante argomentazioni di quei giorni proveniva da alcuni studenti, secondo cui “meglio stare a casa noi che vedere contagiato mio padre/mia madre che lavorano e portano il pane a casa”. Vergognoso: le istituzioni, più (o meno) conscie, hanno portato allo scontro chi lavora contro i propri figli. Per risolvere questo ricatto “scuola-lavoro”, garantendo tutele e sicurezza, non si può che costruire un discorso unico tra scuola, salute e reddito: come si può lasciare sul lastrico famiglie, lavoratrici e lavoratori, precar*, lavoratrici e lavoratori a cottimo, senza investire sulla salute della cittadinanza e sulla scuola, e viceversa?

All’incertezza e al caos della gestione pandemica, contrapponiamo la nostra richiesta di avere scuole sicure, belle, su cui a decidere siano gli studenti stessi e non le istituzioni dall’alto senza alcun confronto. La scuola dev’essere un luogo sicuro, dove poter decidere di restare anche aldilà delle lezioni perché luogo confortevole di svago, studio, approfondimento, socialità. 

Per renderla tale, bisogna partire dal come la popolazione studentesca può permettersi – o meno – di raggiungerla in tranquillità e sicurezza. I trasporti pubblici, infatti, su cui le istituzioni hanno fatto piccoli passi avanti nei limiti delle attuali capacità di investimento, non sono stati ripensati adeguatamente per non tornare alla normalità ma cambiare le modalità di spostamento della cittadinanza. L’igienizzazione di autobus, treni, metropolitane è condizione necessaria, ma non sufficiente. Sono tanti i trasporti privati, coinvolti nel settore turistico ad esempio (navette areoportuali, autobus turistici), che attualmente non vengono utilizzati, perché durante l’anno scolastico non possono mettersi a servizio del pubblico, quando il pubblico troppe volte si è messo a servizio del privato? Quale visione di trasporto pubblico hanno le istituzioni nazionali, regionali e locali? La pandemia ha mostrato quello che andava fatto già prima: efficientamento, aumento e capillarità delle corse, gratuità del servizio, mezzi ecologici. Regione Lombardia continuerà a finanziare grosse opere inutili e dannose come Pedemontana?

Gli ambienti scolastici, poi, che andavano ricostruiti anche prima della pandemia, sono ora da ripensare in maniera ancora più impellente. Un totale rinnovamento degli spazi è necessario, sia per garantire una didattica di qualità, sia per garantire la sicurezza e la salubrità degli ambienti (art.2 dello “Statuto degli studenti e delle studentesse”). Lo stato può fissare una quota percentuale minima di studenti in presenza quando la scuola pubblica è piena di aule vecchie, minuscole, inadatte, con l’annoso problema delle classi pollaio? La risposta è ovvia. Ad alimentare i dubbi è l’attuale bozza del PNRR italiano. Con meno di 6 miliardi, i fondi del piano italiano per gli spazi scolastici, non si possono neanche mettere in sicurezza tutte le scuole non a norma: di certo non basteranno mai anche per l’efficientamento energetico e per la realizzazione di scuole innovative.

Per rendere le scuole sicure, le scuole vanno ripensate anche dal punto di vista sanitario: per questo da mesi chiediamo di rispolverare le vecchie infermierie, dotarle di personale qualificato e di strumenti per il monitoraggio epidemico, istituendo presidi medici scolastici in sostegno alla medicina territoriale. Idea riconosciuta dallo stesso USR della Lombardia, che attraverso la dott.ssa Celada già a Dicembre sosteneva: “che la scuola non abbia in sé un presidio sanitario è molto grave” (https://webtv.camera.it/evento/17241). Certo, i test salivari sono un passo in avanti, sebbene manchi ancora tanto per la loro approvazione da parte del Ministro Speranza e per la loro effettiva operativizzazione in Lombardia… Ma è necessario un discorso più ampio sulla medicina scolastica che si occupi di prevenire, testare, tracciare, trattare. Per il covid e oltre. Stupiscono le scelte di Regione Lombardia che, nonostante la petizione “Un medico in ogni scuola” dell’associazione NonUnoDiMeno (https://www.change.org/p/un-medico-in-ogni-scuola-ora), a Luglio 2020 ha bocciato un emendamento che prevedeva lo stanziamento di 2 milioni di euro per l’istituzione della figura del medico scolastico. Perchè non impiegare i tanti medici precari per formarli e dare loro un contratto stabile? La medicina scolastica non è un’occasione di ripiego, non deve diventare l’ennesima sacca di precariato per camici grigi. 

Le aule delle nostre scuole, poi, sono piccole e senza ventilazione. Uno dei luoghi ideali per la trasmissione del virus, vista la numerosità delle persone concentrate per più ore nella stessa stanza. Secondo proprio un rapporto pre-covid dello stesso Ministero della Salute, le scuole italiane sarebbero tra le peggiori d’Europa in termini di ricambi d’aria per studente (https://www.orizzontescuola.it/idea-scuola-le-scuole-italiane-tra-le-peggiori-deuropa-in-termini-di-ricambi-daria-per-studente/). 

Una misura emergenziale adottata dal governo è stata quella di stabilire l’obbligatorietà del ricambio d’aria tramite apertura delle finestre ad ogni cambio dell’ora. Ma basta? E quando piove o le temperature sono proibitive? Al momento il sistema di trasmissione via droplet e areosol non è stato studiato a dovere dalle istituzioni italiane, tant’è che mentre in altri paesi ci si è iniziati a muovere per migliorare la situazione, da noi tutto tace. I dati dello studio irlandese condotto dall’Health Protection Surveillance Centre (HPSC) evidenziano come solo 262 casi su 232.164 di covid-19 siano legati ad una trasmissione avvenuta all’aperto, ovvero circa il 0,1% del totale (https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/21_aprile_07/covid-solo-contagio-mille-avviene-all-aperto-conferme-una-ricerca-irlandese-b269667c-9772-11eb-b3c4-d1c4be2a345c.shtml). 

Un ulteriore studio tedesco ( https://www.depositonce.tu-berlin.de/bitstream/11303/12592/5/kriegel_hartmann_2021_aerosols.pdf ) invece dimostra come sia pericoloso stare in ambienti chiusi, evidenziando che stare una mattinata in classe risulta 3 volte più rischioso che andare un’ora al supermercato e 4 volte più pericoloso che trascorrere mezz’ora in un mezzo pubblico. 

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista americana Physics of Fluids, poi, nelle aule scolastiche “quasi il 70% delle particelle esce dal sistema quando le finestre sono aperte” (https://www.orizzontescuola.it/covid-19-finestre-aperte-in-classe-disperdono-fino-al-70-del-virus/). La stessa ricerca sottolinea però anche l’importanza non solo di condizionatori d’aria, ma anche di sistemi di filtrazione e sterilizzazione.

Allora perché non parliamo di tecnologie per la ventilazione meccanica controllata con filtrazione dell’aria in entrata e con la purificazione dell’aria indoor? 

Perché si ignorano esperti – come la Società Italiana Medicina Ambientale, SIMA (https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2020/08/24/covidsimaper-riapertura-scuole-nodo-e-qualita-dellaria_022feecb-2a99-4fef-9af4-2acb45f8d0ac.html) – che da tempo chiedono più impegno su questo fronte?

Com’è possibile che dopo il rientro a scuola di settembre non sia stato istituito un nuovo protocollo nazionale e un piano di screening e tracciamento per una rimodulazione delle misure di sicurezza in base alla natura delle nuove varianti?

Oltre a queste proposte concrete, che mettono a nudo le istituzioni non solo per la mancanza di visione sull’istruzione e sul futuro dei giovani, ma anche la scarsa attinenza agli studi scientifici sulla scuola e sui contagi, va fatto un ragionamento sistemico. 

Il modello di scuola a cui siamo abituati è dannoso per tutti e tutte. L’aziendalizzazione e la privatizzazione dei saperi, il disinvestimento sul diritto allo studio, la condizione psicologica, i trasporti, l’edilizia sono solo le punte dell’iceberg. Sotto l’iceberg: un modello scolastico che mette le sue radici anni e anni addietro e ha come prospettiva chiara la trasformazione neoliberale della scuola, che non solo ne mina la sua democraticità e laicità, ma pone al centro l’eccellenza iper-meritocratica e competitiva a discapito della sicurezza e della salute, a discapito di una reale formazione che trasformi la realtà che ci circonda.

Ci voleva una pandemia per capirlo: le criticità strutturali della scuola devono guidare il dibattito sui contagi scolastici. 

UDS Lombardia
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